Una bambina con una lucerna attraversa un paesaggio che unisce rilievi assiri, una sala vittoriana e una strada di Napoli.

Illustrazione originale generata con IA per la recensione; non è la copertina del libro.

La babilonese di Antonella Cilento: recensione

Da Ninive a Londra e Napoli: La babilonese di Antonella Cilento intreccia memoria, vendetta e desiderio in un romanzo storico e fantastico.

Una donna fugge da Ninive portando con sé una bambina e una storia che non vuole restare sepolta. Da questa immagine prende avvio La babilonese, il romanzo con cui Antonella Cilento trasforma la memoria in una corrente capace di attraversare secoli, città e corpi. L’approdo non è una ricostruzione storica lineare: è un intreccio di vite che ritornano, somigliano, si scambiano i nomi e cercano di dare forma a un dolore antico.

Una fuga che attraversa il tempo

La prima tappa è Ninive, nel 653 a.C. Libbali, moglie di Assurbanipal, si innamora di Avhiram, un prigioniero ebreo. La scoperta della relazione scatena la vendetta del sovrano; Libbali riesce a salvarsi con Yehoudith, la figlia di Avhiram, una bambina che porta una lucerna. Da qui la narrazione salta alla Londra del 1848, dove l’archeologo Henry Layard è inseguito da una visione, e poi torna più volte a Napoli: durante la peste del 1655, nella città del 1683, nell’Ottocento e nel presente.

Le epoche non compongono una cronaca continua. A legarle è una figura femminile che riappare sotto identità diverse, insieme alla bambina e alla sua luce. Nei passaggi fra le storie, il romanzo invita a riconoscere echi, oggetti e immagini prima che a risolvere un enigma. La domanda non è soltanto chi sia quella donna: è che cosa sopravvive quando una vita viene spezzata e affidata alla memoria di altri.

La lucerna è il segno più leggibile di questa trasmissione. Illumina gli interni e, nello stesso tempo, indica un racconto che non è ancora concluso. La sua luce passa dalla corte assira alle stanze dell’Europa ottocentesca e ai vicoli napoletani senza cancellare le differenze fra i luoghi. Così il motivo fantastico non serve a evadere dalla storia: rende visibile il modo in cui il passato torna a pesare sul presente.

Napoli, città stratificata

Il nucleo napoletano è il più ampio e materico. Nel Seicento la peste, la pittura e le gerarchie del vicereame fanno da sfondo all’incontro fra il pittore Aniello Falcone e Albalì, una donna avvolta dalla fama di maga. In seguito un disegno riemerge e passa di mano; nel 1881 Filomena Argento, ultima erede di una famiglia di setaioli, entra in una trama dove il mistero assume i colori del feuilleton e del racconto gotico. Nel presente, Alice e una ragazza luminosa riaprono il rapporto fra immagini, archivi e memoria digitale.

Questa Napoli non è una scenografia pittoresca. È un archivio vivo: vi convivono pittura, devozione, superstizione, lavoro, epidemie, desideri e linguaggi diversi. La città somiglia a una stratificazione archeologica, ma ogni strato conserva voci e conflitti propri. La capacità di far incontrare personaggi storici e figure d’invenzione consente al romanzo di interrogare il modo in cui una comunità tramanda i propri racconti, spesso mescolando documenti, leggende e memorie familiari.

Il romanzo come macchina della memoria

Il salto più audace è quello fra la tavoletta cuneiforme e il computer: due supporti lontanissimi che condividono la promessa di trattenere qualcosa dall’oblio, ma anche la fragilità di ogni conservazione. La vicenda di Layard porta al centro l’archeologia e il desiderio di riportare alla luce una città; i capitoli contemporanei trasferiscono la stessa inquietudine sugli archivi digitali. Che cosa resta di una persona quando i suoi segni si cancellano? E quanto del passato è davvero recuperabile, se ogni ritrovamento viene interpretato da chi lo osserva?

In questa prospettiva amore e vendetta non sono soltanto motori della trama. Sono forze che legano le generazioni e possono diventare una prigione quando il trauma continua a ripetersi. Il romanzo, però, non riduce la memoria a un peso: raccontare significa anche trasformare l’esperienza, sottrarla alla ripetizione muta. È qui che il titolo acquista una risonanza più ampia: “babilonese” rimanda a una donna concreta, ma anche a una pluralità di lingue, tempi e versioni che non si lasciano ricondurre a una sola voce.

Una forma ricca, con il rischio della dispersione

Cilento sceglie una costruzione ambiziosa, più vicina a un romanzo di romanzi che a un’unica linea d’azione. Il vantaggio è la libertà: ogni epoca cambia registro e atmosfera, e il lettore può attraversare il fantastico, il romanzo storico e il feuilleton senza che un genere esaurisca gli altri. Anche l’attenzione alla lingua, fra italiano e napoletano, contribuisce a dare consistenza ai luoghi e alle voci.

La stessa abbondanza può mettere alla prova chi legge. I passaggi temporali, i personaggi e i riferimenti culturali sono numerosi; alcune sezioni hanno una forza quasi autonoma, e il filo comune si ricompone per risonanze più che per spiegazioni immediate. Chi cerca una trama compatta e un mistero risolto passo dopo passo potrebbe avvertire discontinuità. È un limite reale della scelta formale, ma anche il prezzo della sua ampiezza: La babilonese preferisce lasciare che le storie si richiamino invece di ridurle a un solo percorso.

Per chi è questo libro

È una lettura adatta a chi ama le saghe che attraversano epoche, le città raccontate come organismi e i romanzi in cui la storia documentata incontra l’immaginazione. Può interessare chi si lascia incuriosire da archeologia, arte napoletana, folklore e domande sulla memoria, anche quando la narrazione devia e apre nuovi sentieri. Il confronto con la nostra recensione di La caffettiera di carta illumina due lati diversi della stessa autrice: là la scrittura è materia da osservare e praticare; qui diventa la forza che raccoglie tracce lontane e le rimette in circolo.

La babilonese non promette una mappa semplice. Offre piuttosto una costellazione di figure — una donna, una bambina, una lucerna — che ritorna cambiando volto mentre cambiano gli imperi e le città. Il suo risultato più interessante è far sentire la storia non come un deposito chiuso, ma come qualcosa che continua a interrogare il presente. La risposta resta mobile: come la fiamma che accompagna il racconto, la memoria rischiara un tratto alla volta.

Scheda bibliografica

Titolo: La babilonese · Autrice: Antonella Cilento · Editore: Bompiani, 2024 · Formato: brossura con sopraccoperta · Pagine: 384 · ISBN: 9788830107878. Scheda ufficiale Bompiani.

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